Mille euro per il museo, cinquecento per una festa. E sullo sfondo i boschi comunali di Cenadi. A leggere quanto riportato sul ricorso presentato dalla Procura generale di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta Imponimento, viene spontaneo chiedersi se, dalle nostre parti, il confine tra amministrare la cosa pubblica e gestirla come una faccenda privata sia sempre stato così chiaro. La vicenda riguarda i rapporti tra l’imprenditore Nicola Antonio Monteleone, l’allora sindaco di Cenadi e un ex consigliere comunale. Secondo la Procura generale, alcune richieste di contributi economici per iniziative comunali andrebbero valutate insieme alle conversazioni intercettate e agli interessi dell’imprenditore nelle assegnazioni dei lotti boschivi.
La Corte d’appello ha escluso che fosse stato dimostrato uno scambio corruttivo, ma la Procura generale ha impugnato le assoluzioni di Monteleone. Tra le conversazioni richiamate, l’ex sindaco avrebbe detto all’imprenditore: “Mi devi dare i soldi, che mi servono”, e in un’altra occasione avrebbe parlato di “recuperarti qualche taglio”. Ma c’è soprattutto una frase pronunciata da Monteleone, intercettata il 30 agosto 2017: “Gli dico al sindaco… fai così… e quello fa così”. Che Monteleone si vantasse di poter dare indicazioni al sindaco non dimostra che quest’ultimo le eseguisse davvero. Ma che tipo di rapporto doveva esserci perché un imprenditore potesse parlare del primo cittadino in questi termini? E perché proprio un imprenditore interessato ai boschi comunali doveva contribuire economicamente alle iniziative del Comune? Era una prassi aperta a tutti oppure certi rapporti seguivano altre strade? Chiedere un contributo non significa commettere un reato, ma non tutto ciò che non costituisce reato è necessariamente un buon modo di amministrare.
C’è poi la posizione dell’allora responsabile dell’Ufficio tecnico, tuttora tecnico comunale. Secondo l’accusa, avrebbe avuto un ruolo nelle presunte turbative delle gare per l’assegnazione dei boschi. Condannato in primo grado, con rito abbreviato, a un anno e otto mesi di reclusione, è stato successivamente assolto in appello. Anche alcune delle assoluzioni che lo riguardano sono state impugnate dalla Procura generale. Sarà la Cassazione a pronunciarsi sui ricorsi, senza che le contestazioni dell’accusa possano essere considerate responsabilità accertate. Ma possibile che un’inchiesta come Imponimento non abbia provocato nella politica locale nemmeno una seria riflessione sul modo di amministrare? A Cenadi sembra quasi che il problema non siano le vicende emerse, ma il fatto che qualcuno continui a parlarne.
E proprio mentre si torna a parlare di Imponimento, viene spontaneo un paragone con il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, coinvolto nell’inchiesta Ginestra. A Cenadi, nel luglio 2020, dopo il coinvolgimento del sindaco, di un consigliere e del responsabile dell’Ufficio tecnico nell’inchiesta Imponimento, nove consiglieri comunali su dieci presentarono contestualmente le dimissioni, determinando lo scioglimento del Consiglio comunale e il successivo commissariamento dell’ente. Anche il sindaco presentò le proprie dimissioni, ma furono quelle dei consiglieri a determinare formalmente lo scioglimento.
A Corigliano-Rossano, invece, la Giunta comunale ha fatto quadrato attorno a Stasi, dichiarandosi convinta della sua estraneità alle accuse. Due comportamenti politici diversi, pur trattandosi di vicende giudiziarie non sovrapponibili. E allora mi chiedo: perché a Cenadi nove consiglieri comunali su dieci, anziché difendere politicamente il sindaco, decisero di dimettersi? Fu una scelta dettata dal rispetto delle istituzioni oppure qualcuno pensò che fosse più conveniente prendere le distanze dall’inchiesta? Non vorrei che alcuni consiglieri avessero pensato soprattutto a tutelare se stessi, lasciando al sindaco tutto il peso politico della vicenda. Perché, se così fosse, quelle dimissioni furono davvero un’assunzione di responsabilità politica oppure, più semplicemente, un modo per liberarsene?
Mi auguro che questa vicenda, che ha segnato profondamente la comunità di Cenadi, possa un giorno trovare una pacificazione, permettendoci di scrivere una nuova pagina della nostra storia. E voglio aggiungere una considerazione del tutto personale. Spero sinceramente che questo processo si concluda positivamente per i miei compaesani coinvolti e, in tutta buona fede, ritengo improbabili le accuse mosse nei loro confronti. Ma questo mio convincimento non significa voler cancellare le responsabilità politiche, che sono cosa diversa da quelle penali.
Vorrei piuttosto che questa vicenda ci aiutasse a ricostruire quel tessuto sociale che negli anni si è disgregato. E mi auguro che le prossime elezioni amministrative rappresentino un vero cambio di passo, contro la ‘ndrangheta, certamente, ma anche contro quei sistemi parentali e amicali di potere che non potranno mai garantire un futuro al nostro paese. Perché sono proprio questi sistemi, nei quali spesso contano più le appartenenze che le capacità e l’interesse collettivo, a contribuire alla costruzione di un tessuto sociale, culturale e politico nel quale la ‘ndrangheta e gli interessi particolari possono trovare spazio, conservando, di fatto, lo stato delle cose. Una nuova pagina, dunque, me la auguro davvero. Ma non vorrei che, cambiando semplicemente i nomi di chi amministra, ci ritrovassimo a leggere sempre la stessa storia.
