Cenadi (CZ) · martedì 13 Ottobre 2026
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L’effetto deludente di Enzo Scalese nella segreteria della CGIL Calabria.

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Se non è sciopero generale regionale, è la solita “cughiunetta”.

Se in Francia i sindacati sono spesso attori e protagonisti del conflitto sociale, in Calabria sembra accadere qualcosa di diverso. Il sindacato, un po’ come la politica e, in questo caso, come quei politici che trovano sempre il tempo per farsi vedere quando la protesta esplode, arriva dopo. Lo abbiamo visto anche a Davoli: da Potere al Popolo ai partiti di opposizione, dal PD a Tridico, fino ai rappresentanti della maggioranza regionale, con l’assessore Gallo e gli esponenti della Giunta guidata da Occhiuto. Una sorta di passerella nella quale tutti trovano parole di comprensione, solidarietà e conforto, ma quasi nessuno, in verità, sembra spingersi oltre la condivisione a parole delle ragioni e delle lotte degli agricoltori.

Osservano le proteste, ne riconoscono le ragioni, esprimono solidarietà e provano a presentarsi anch’essi come sostenitori delle mobilitazioni. E alla politica, adesso, si aggiunge anche la CGIL regionale. Ma non lo fa entrando davvero dentro quella protesta, rendendosi prossima agli agricoltori e partecipando attivamente alle loro iniziative. Prova, piuttosto, a ricondurre quella rabbia dentro le proprie parole d’ordine e dentro le mobilitazioni che ha già programmato. È proprio qui che emerge la contraddizione: invece di andare verso una protesta già in corso, sembra chiedere alla protesta di avvicinarsi al sindacato.

Il comunicato della CGIL Calabria sulle proteste degli agricoltori, da questo punto di vista, è interessante soprattutto per ciò che dice. Il sindacato dichiara di rispettare “la disperazione e l’esasperazione degli agricoltori”, parla del costo del carburante, dei costi di produzione, dei prezzi riconosciuti alle aziende agricole, della concorrenza dei prodotti esteri e della forbice sempre più insostenibile tra quanto costa produrre e quanto viene riconosciuto a chi produce. Sono questioni reali. E proprio per questo nasce una domanda molto semplice: se la CGIL Calabria condivide davvero le ragioni di questa protesta, perché non sta dentro quella protesta? Soprattutto quando rivendica il proprio ruolo confederale, dovrebbe provare a organizzare il conflitto, allargarlo, costruire alleanze sociali e trasformare una somma di rabbie individuali in una piattaforma collettiva. Come d’altronde sta succedendo in Francia.

La contraddizione diventa ancora più evidente quando, alla fine del comunicato, la CGIL collega le ragioni degli agricoltori alle proprie manifestazioni del 17 ottobre a Roma e del 14 novembre in Calabria. Il rischio è che il ragionamento venga rovesciato: invece di chiedersi come il sindacato possa entrare nella protesta che già esiste, sembra quasi che si chieda agli agricoltori di entrare nella mobilitazione che il sindacato ha già organizzato. Se davvero quelle rivendicazioni appartengono anche alla CGIL, il minimo sarebbe aderire alle mobilitazioni organizzate in Calabria, partecipare ai presìdi, andare nei luoghi dove agricoltori, pescatori e autotrasportatori stanno manifestando, ascoltarli e provare a costruire con loro una piattaforma comune.

Ed è esattamente qui che dovrebbe entrare in campo un grande sindacato confederale. Il bracciante, l’operaio, l’autista, il dipendente pubblico, il precario e il pensionato non sono estranei alla protesta dell’agricoltore. Possono essere colpiti dallo stesso meccanismo da due lati differenti: come lavoratori, attraverso salari e pensioni che perdono potere d’acquisto; come consumatori, attraverso l’aumento del costo dei beni essenziali. Se la CGIL Calabria ritiene davvero che questa protesta esprima una questione sociale generale, avrebbe potuto tentare una scelta più ambiziosa: costruire una mobilitazione regionale capace di mettere insieme agricoltori, lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, precari, studenti e cittadini. E, se ne fossero esistite le condizioni sindacali e organizzative, arrivare anche alla proclamazione di uno sciopero generale regionale costruito intorno a una piattaforma comune. Non uno sciopero per appropriarsi della protesta degli agricoltori, ma per impedire che quella protesta rimanga confinata dentro una categoria e per provare a trasformarla in una vertenza generale sulla condizione economica e sociale della Calabria.
Forse l’innesto del nuovo segretario confederale con delega all’organizzazione, invece di arricchire la segreteria regione della cgil Calabria con la lotta, fa quello che gli riesce meglio, inutili comunicasti stampa di adesione e di denuncia, compressi dentro una pura propaganda. Quello che faceva da segretario generale della CGIL Area Vasta Centro, lo ha innestato dentro la segreteria regionale CGIL Calabria.

E poi c’è un’altra contraddizione che merita di essere evidenziata. Se la CGIL Calabria ritiene fondate le ragioni della protesta, perché la FLAI CGIL Calabria, la categoria che organizza e tutela i lavoratori del settore agricolo, non ha assunto direttamente una posizione dentro questa mobilitazione? E perché l’ALPAA, l’associazione che opera nell’area dei servizi della CGIL e rappresenta piccoli produttori del settore agricolo, sembra essere rimasta ai margini di queste proteste? Sono domande tutt’altro che secondarie, perché riguardano proprio quelle strutture che, per funzione e rappresentanza, dovrebbero essere le più vicine al mondo agricolo. Se una protesta nasce da quel settore e denuncia problemi che la stessa CGIL regionale riconosce come reali, viene spontaneo chiedersi perché le categorie più direttamente coinvolte non siano state protagoniste, o quantomeno parte attiva, di quella mobilitazione. Io una risposta ce l’ho. Ma, questa volta, preferisco fermarmi alle domande e lasciare che ciascuno si faccia la propria opinione.

Se la CGIL ritiene davvero che la crisi dell’agricoltura riguardi tutto il popolo calabrese, la questione non dovrebbe essere soltanto portare gli agricoltori alla manifestazione del 17 ottobre. Dovrebbe essere anche capire perché il sindacato non sia già accanto a loro nelle piazze calabresi. Altrimenti il rischio del paradosso è evidente: gli agricoltori sono già per strada chiedendo di poter continuare a vivere del proprio lavoro, mentre il sindacato organizza un’altra piazza per spiegare che bisogna difendere il lavoro, la partecipazione e la rappresentanza. La solidarietà è importante. Ma per un sindacato dovrebbe essere il punto di partenza, non quello di arrivo. E forse, prima ancora di cercare nuove piazze da riempire, bisognerebbe tornare ad abitare quelle che sono già piene.


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