Enzo,
immagino che in queste ore tu stia ricevendo un mare di auguri e complimenti. A scriverti saranno soprattutto gli amici più intimi, quelli che lungo il tuo percorso sindacale hai saputo conquistare, convincere o, in qualche caso, addomesticare. Succede sempre così. Come per gli auguri di compleanno e le condoglianze sui social, i messaggi diventano talmente numerosi che alla fine bisogna pubblicare un ringraziamento cumulativo. Ringraziare tutti, non dimenticare nessuno e, soprattutto, non compromettere gli equilibri futuri. Dentro l’organizzazione, però, difficilmente qualcuno ti dirà ciò che pensa davvero del tuo ingresso nella Segreteria regionale. La sincerità, in certi ambienti, è considerata una pericolosa forma di estremismo. Meglio congratularsi davanti, sorridere nella fotografia e poi, appena imboccato il corridoio, scaricare sull’interessato una carriola di letame. Queste persone le conosci bene. E sai utilizzarle esattamente come loro utilizzano te. In fondo, non conta ciò che pensano. Conta soltanto ciò a cui possono servire.
A volte, certi incarichi non vengono assegnati per premiare qualcuno, ma per liberare il posto che occupava. Ti tolgono da una struttura che dirigevi da anni e ti sistemano in una sede apparentemente più prestigiosa. Da fuori sembra una promozione. Guardando meglio, potrebbe essere un arretramento confezionato con la carta regalo. La sedia è più elegante, il tavolo più grande, la fotografia più importante. Resta soltanto da capire quanto potere reale ci sia sotto la confezione. D’altra parte, sarebbe stato difficile affidarti una categoria. Sei sempre stato, almeno per come ti ho conosciuto io, un uomo d’apparato. Dentro un sistema fatto di appoggi, relazioni, fedeltà e reciproche convenienze sei riuscito a costruire la tua esistenza sindacale, fino ad arrivare dove sei oggi. Non ti considero un sindacalista nel significato pieno del termine. Ti considero un ottimo impiegato dell’organizzazione: uno di quelli con i calli al culo, prodotti da anni trascorsi a passare con abilità da una sedia all’altra.
Giorgio Gaber parlava di una sedia da spostare. Tu, invece, hai sempre saputo dove collocarla e, soprattutto, quando sedertici sopra. Non importa se la sedia appartenga a una Camera del lavoro, alla Confederazione o alla Segreteria regionale. L’essenziale è trovarsi nel posto giusto quando qualcuno decide di spostarla. Io, a differenza di molti altri, non riesco a falsificare ciò che penso e ciò che provo nei tuoi confronti. Sono fuori dall’organizzazione e, proprio in questi giorni, ti ho inviato una nota con la quale offrivo la mia collaborazione per l’Ufficio vertenze. Non sapevo che fossi in procinto di entrare nella Segreteria regionale. Forse “cooptazione” non sarà il termine formalmente più corretto, ma nella sostanza il tuo ingresso mi sembra proprio questo. Potremmo chiamarla una “cooptazione democratica con il servosterzo”: una scelta votata liberamente, purché tutti seguano la direzione già stabilita.
Non ti ho scritto una lettera mielosa e non l’ho fatto per ricucire i nostri rapporti. Sarebbe impossibile e, per certi versi, anche ipocrita. E io, pur con tutti i miei difetti, non riesco a essere ipocrita. Primo, perché non potrei ritirare ciò che ho scritto su di te in questi anni. Secondo, perché, a differenza di altri che arrivano persino a utilizzare le lacrime per assoggettarsi a qualcuno, a me le lacrime a comando non escono. Volevo però provare, anche soltanto per un momento, a risvegliare in te un senso di colpa per avermi ingiustamente estromesso dall’organizzazione. Lo hai fatto con metodo, con malizia e, a mio giudizio, con disonestà. In questi anni ho continuato ad aiutare molti lavoratori. Forse non lo sai, ma esistono ancora persone che credono in me e nelle mie capacità sindacali. Hanno creduto in me più di quanto abbiano fatto alcuni funzionari ipocriti che, insieme a te, non hanno mosso un dito per impedire che venissi cacciato dall’organizzazione.
Forse la mia presenza dava fastidio anche a loro. Perché nel sistema corruttibile al quale avete ridotto la CGIL Area Vasta Centro diventa difficile difendere davvero i più deboli. Molto più comodi sono l’indifferenza e il silenzio. Non disturbano nessuno e, soprattutto, non compromettono alcuna carriera. Dalla posizione nella quale mi trovo oggi continuo a difendere i lavoratori che mi chiamano. Ma la mia azione non può avere la stessa forza che avrebbe se potessi svolgerla dentro un’organizzazione. La tutela individuale, in verità, non mi è mai bastata. A me è sempre piaciuto mettere insieme i lavoratori, organizzarli e lottare con loro per i diritti di tutti. È questa la parte del sindacato nella quale mi sono sempre riconosciuto: non le sedie, non gli equilibri interni, non le fotografie. I lavoratori. Papa Francesco, parlando proprio ai dirigenti e ai delegati della CGIL, disse: “Il sindacato è chiamato ad essere voce di chi non ha voce. Voi dovete fare rumore per dare voce a chi non ha voce”. È il sindacato nel quale ho sempre creduto e che ho sempre cercato di praticare: stare dalla parte di chi ha meno forza, non dalla parte di chi possiede la sedia più importante.
Capisco che rientrare nelle categorie nelle quali ho lavorato sia ormai difficile, forse impossibile. Per questo avevo pensato che una collaborazione con l’Ufficio vertenze potesse rappresentare un compromesso ragionevole. Non una riconciliazione personale e nemmeno la cancellazione di ciò che è accaduto, ma la possibilità di restituire ai lavoratori una parte dell’esperienza sindacale che l’organizzazione ha deciso di lasciare fuori dalla porta. Quella disponibilità era rivolta ai lavoratori. Era la disponibilità a mettere nuovamente in campo competenze ed esperienza. Non era una dichiarazione di adesione alla tua gestione e, tantomeno, un certificato di stima personale. Potrei comportarmi come tanti altri: elogiarti davanti e demolirti nei corridoi. Sarebbe probabilmente più conveniente, ma non mi appartiene. Preferisco dirti apertamente che, secondo me, ciò che ti ha permesso di sopravvivere dentro l’organizzazione non è stato principalmente il lavoro sindacale. È stata la tua capacità di capire chi potesse servirti, quali relazioni coltivare e quale equilibrio sostenere. Una capacità che non va sottovalutata. Richiede fiuto, pazienza e una schiena sufficientemente flessibile. Come mi ripeteva sempre Daniele Carchidi: “ti devi consegnare”, tu lo hai fatto completamente, a me mi è stato impossibile.
Nei video dell’Assemblea regionale c’è una scena che, più di tante analisi, racconta il sistema che ti circonda. Appena sono stati proclamati i risultati ed è stata confermata l’elezione della Segreteria della quale fai parte, una donna si è alzata, ha attraversato lo spazio che vi separava, ti ha baciato e si è congratulata con te. Per me quella scena rappresenta l’ipocrisia che vive dentro l’organizzazione. Non perché una persona non possa cambiare opinione, ma perché alcune persone possiedono una straordinaria capacità di indossare la maschera giusta in ogni occasione.
Con me quella donna aveva sempre indossato la maschera dell’amica e della compagna che apprezzava il mio lavoro, la mia coerenza e persino le mie posizioni, soprattutto quando non erano conformiste o barocche come tante altre. Quando compresi quello che considerai un tradimento provai un dolore che avrei potuto evitare, se solo avessi capito prima chi avevo davanti. Ma questo è un mio limite: mi affeziono alle persone e continuo ingenuamente a credere che l’affetto, la lealtà e la parola data abbiano lo stesso significato per tutti. Sono, probabilmente, un bambino cresciuto male: abbastanza adulto da riconoscere i meccanismi del potere, ma ancora troppo ingenuo per non soffrire quando le maschere cadono. Anche lei, del resto, mi ha utilizzato quando le sono stato utile, salvo poi voltarsi dall’altra parte quando non servivo più ai suoi scopi. Oggi avrebbe la possibilità, esattamente come te, di recuperare almeno una parte dell’onestà che ha smarrito lungo il cammino. Potrebbe farlo sostenendo la mia richiesta di collaborazione con l’Ufficio vertenze. Non per concedermi un favore, ma per riconoscere che anche lei ha contribuito, con le sue scelte e con il suo silenzio, a un’ingiustizia che può ancora essere corretta. Sarebbe un gesto piccolo, ma sufficiente a dimostrare che, qualche volta, dietro una maschera può sopravvivere ancora un volto.
Adesso che sei entrato nella Segreteria regionale, non so se tu abbia realmente il potere di rimediare a quanto è accaduto. A dire il vero, non ne sono affatto convinto. Ma, se ti è rimasto almeno un sussulto di onestà intellettuale e morale, potresti proporre al nuovo segretario che guiderà la CGIL Area Vasta Centro di correggere l’ingiustizia commessa nei miei confronti. Potrebbe essere anche un modo per ripulirti la coscienza, ammesso che in tutti questi anni tu abbia mai sentito il bisogno di farlo.
Sia chiaro: non voglio pregarti e non intendo chiederti alcun favore personale. Vorrei soltanto che, almeno una volta, usassi nei miei confronti la stessa onestà che io ho usato con te. Vorrei che riconoscessi apertamente che la mia estromissione dall’organizzazione non ha penalizzato soltanto me. Ha penalizzato anche i tanti lavoratori ai quali avrei potuto continuare a offrire esperienza, competenza e tutela e ai quali, ancora oggi, cerco di essere utile con i pochi strumenti che mi sono rimasti. Non ti chiedo di restituirmi ciò che mi è stato tolto come se fosse una concessione. Ti chiedo di riconoscere che quella scelta è stata ingiusta e che rimediare non significherebbe fare un favore a Giovanni Montesano. Significherebbe restituire ai lavoratori e all’organizzazione una risorsa che la stessa organizzazione ha deciso di scartare. Marco Aurelio scriveva: “Se non è giusto, non farlo; se non è vero, non dirlo”. La cosa ingiusta l’hai già fatta. Adesso ti rimane almeno la possibilità di non continuare a difenderla come se fosse giusta.
