Cenadi (CZ) · mercoledì 23 Settembre 2026
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CGIL Calabria: L’identikit di chi vota. Quando la coscienza non basta a rendere liberi.

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La prima cosa che mi è balzata agli occhi, vedendo le foto dell’Assemblea della CGIL Calabria impegnata a eleggere la nuova segreteria, è stata l’assenza di Caterina Vaiti, anch’essa componente della stessa segreteria, che oggi ha visto l’ingresso di Enzo Scalese. In questi ultimi anni, dalla sua postazione regionale, ha dovuto sopportare lo sfacelo della CGIL Area Vasta Centro guidata da Scalese. E, per non avere principi di cirrosi epatica, ha dovuto blindare il proprio fegato, ricoprendolo d’amianto. Oggi, però, la sua assenza è significativa. La sua presenza all’elezione di Scalese nella stessa segreteria regionale di cui fa parte avrebbe potuto produrre effetti devastanti. E, per non rischiare di dover rimuovere la membrana d’amianto che si era costruita per proteggere il fegato, forse ha preferito non presenziare all’elezione. Persino la faccia del segretario regionale Trotta è significativa: mi sembra di rivedere quella dei senatori quando Caligola nominò console il proprio cavallo. Solo che, in quell’occasione, il cavallo era della stazza e della razza di Varenne; lui, invece, si ritroverà in segreteria “Soldatino” il cavallo di mandrache interpretati da Gigi Proietti nel fil Febbre da cavallo.

Leggo sul Corriere della Sera un’analisi del voto tedesco e mi soffermo sul titolo: – Uomo, 45 anni, poco istruito. L’identikit di chi sceglie AfD -. I numeri raccontano che l’ultradestra avanza soprattutto tra operai, lavoratori manuali, fasce popolari e persone meno istruite, dove crescono il disagio economico e l’incertezza sul futuro. Per chi viene dalla sinistra e dal sindacato, la domanda nasce spontanea: come può un lavoratore votare una forza politica contraria ai propri interessi di classe? Le risposte le conosciamo: scarsa istruzione, propaganda, paura, rabbia sociale e perdita della coscienza di classe. Spiegazioni che contengono una parte di verità, ma possono anche diventare una comoda assoluzione per chi non riesce più a rappresentare quel mondo.

Mentre guardavo quei grafici, però, mi sono posto un’altra domanda: e se facessimo lo stesso esercizio dentro casa nostra, nella CGIL Calabria? Lasciamo per un momento l’operaio tedesco che vota AfD e prendiamo un componente dell’Assemblea regionale della CGIL. L’identikit, almeno sulla carta, dovrebbe essere completamente diverso: delegati, funzionari, segretari e dirigenti politicamente e sindacalmente formati, con anni di militanza alle spalle. Persone abituate a parlare di rappresentanza, autonomia, partecipazione e democrazia e che dovrebbero conoscere bene i meccanismi attraverso i quali il potere si costruisce e si conserva.

Se all’operaio tedesco chiediamo perché abbia votato AfD, possiamo allora rivolgere una domanda simile ai dirigenti della CGIL: quando votano, che cosa valutano realmente? Il merito, la competenza, la passione, i risultati ottenuti e la capacità di rappresentare i lavoratori? Oppure pesano l’appartenenza, il territorio, gli accordi tra strutture, le raccomandazioni e quelle che, con un termine poco elegante ma chiarissimo, chiamiamo cordate di potere? E quanto hanno influito questi fattori sull’elezione della nuova segreteria, della quale oggi fa parte anche Enzo Scalese?

La domanda non nega la legittimità del voto. Serve a capire quanto possa essere libera una scelta compiuta dentro una rete di rapporti, incarichi, dipendenze organizzative ed equilibri futuri. Gli aventi diritto erano 131; i presenti 97, pari al 74,05%; i contrari 23, gli astenuti 3 e i favorevoli 71. Calcolato sui presenti, il consenso raggiunge il 73,20%. Rispetto all’intera Assemblea, però, quei 71 voti rappresentano il 54,20% degli aventi diritto. Gli assenti sono stati 34, pari al 25,95%. Sommando assenti, contrari e astenuti, 60 componenti su 131, cioè il 45,80%, non hanno espresso un voto favorevole. Se applicassimo a Scalese lo stesso ragionamento utilizzato da Landini sul risultato che ha portato Meloni alla Presidenza del Consiglio, potremmo parlare, polemicamente, di un non-consenso o, più precisamente, di un consenso molto meno largo di come appare. Ma lasciamo perdere Landini: delle sorti della CGIL al di qua del Pollino sembra interessargli ben poco. Qui potrebbero consumarsi le peggiori ingiustizie organizzative e, finché gli equilibri reggono, per lui andrebbe comunque tutto bene.

Sarebbe scorretto trasformare automaticamente assenti e astenuti in oppositori, perché i numeri non consentono di attribuire loro una volontà che non hanno espresso. Sarebbe però altrettanto scorretto utilizzare il 73,20% calcolato sui presenti per raccontare un consenso quasi plebiscitario. La nuova segreteria è stata eletta, questo è il fatto. Ma con il voto favorevole del 54,20% degli aventi diritto. Il risultato non cambia; cambia la sua lettura politica.

Il vero problema si trova esattamente in questo spazio: quanto ha pesato il merito e quanto l’appartenenza? Quanto sono stati valutati il radicamento nei luoghi di lavoro, la crescita degli iscritti, le vertenze costruite, la partecipazione e il rapporto con il dissenso? E quanto hanno pesato, invece, categorie, territori e gruppi interni? Non sono domande offensive, ma legittime. Un’organizzazione che pretende trasparenza e democrazia dalle istituzioni e dalle imprese dovrebbe applicare gli stessi principi al proprio interno. Altrimenti la trasparenza diventa una virtù da pretendere sempre dagli altri. E se avessimo avuto la possibilità di vedere quali mani si sono alzate in Assemblea per votare a favore, avremmo certamente potuto capire quanto abbiano pesato, su quel voto, le cordate di potere, in alcuni casi i favoritismi e in altri le palesi raccomandazioni che agiscono dentro la CGIL al di qua del Pollino. Avremmo capito molte cose.

Tra i componenti della nuova segreteria regionale quindi c’è Enzo Scalese, proveniente dalla guida della CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia. Ed è qui che, per me, il ragionamento smette di essere teorico, perché quella struttura, una parte della sua storia e alcuni suoi meccanismi organizzativi li conosco direttamente. Non voglio trasformare questa riflessione in un processo personale: la questione è più ampia e riguarda i criteri attraverso i quali un dirigente viene valutato e promosso.

Bisogna ricordare che, quando Enzo Scalese subentrò come segretario confederale, molti di coloro che presentarono ricorso alla Commissione regionale, ritenendo irregolare la sua elezione, oggi lo sostengono. Non possiamo dimenticare il modo in cui, a mio giudizio, utilizzò la presenza delle donne per comporre la propria segreteria, né le condizioni in cui fu ridotta la struttura di Crotone, contestate anche da diversi dirigenti. Non possiamo dimenticare neppure il modo in cui furono emarginati dall’organizzazione compagni che non accettarono mai di tenergli il sacco. Infine, restano gli accordi sindacali da lui sottoscritti e mai onorati. Se mettessimo insieme questi elementi, e non sono gli unici, non servirebbe un mago per comprendere quali forme di ostracismo e quali metodi siano stati utilizzati per conservare il controllo dell’organizzazione e alimentare un famelico carrierismo.

Quali risultati politici e sindacali sono stati presi in considerazione per la sua elezione nella segreteria regionale? Se i criteri rimangono invisibili, resta inevitabile un interrogativo: quanto conta ciò che un dirigente ha concretamente fatto e quanto, invece, ciò che rappresenta negli equilibri interni dell’organizzazione?

Naturalmente non sto mettendo sullo stesso piano il voto all’AfD e l’elezione di una segreteria sindacale. Il confronto riguarda l’autonomia della scelta. Quando un operaio poco scolarizzato vota l’estrema destra, diciamo che è stato condizionato dalla paura, dalla propaganda e dalla mancanza di strumenti culturali. Ma quale spiegazione possiamo utilizzare quando a votare sono dirigenti politicamente formati e sindacalmente esperti, spesso radicalissimi nelle dichiarazioni pubbliche? Persone che conoscono il funzionamento delle organizzazioni e dovrebbero distinguere il merito dall’appartenenza, una scelta autonoma da un equilibrio già costruito. Se anche lì il merito diventasse secondario, il problema sarebbe persino più grave: l’operaio può non avere gli strumenti per riconoscere il meccanismo; il dirigente sindacale li possiede, li insegna agli altri e pretende persino di rappresentarli.

Forse quella pagina sul voto tedesco ci insegna involontariamente qualcosa anche su di noi. Possiamo analizzare gli operai per reddito, titolo di studio, professione ed età e domandarci perché votino contro quelli che riteniamo essere i loro interessi. Ogni tanto, però, sarebbe salutare costruire anche l’identikit di chi vota nei nostri organismi: non soltanto sapere chi vota, ma perché lo fa e quali criteri orientano la sua scelta. La cultura aiuta a comprendere il potere, la militanza a riconoscerlo e l’esperienza sindacale a capire come viene esercitato. Ma nessuna di queste cose garantisce automaticamente la libertà dal potere, soprattutto quando da quel sistema dipendono ruoli, incarichi e prospettive personali.

Pretendere di insegnare ai lavoratori la libertà, l’autonomia e la coscienza critica, mentre dentro le proprie stanze si sceglie sulla base delle appartenenze e degli equilibri, sarebbe il modo peggiore per affrontare la crisi della rappresentanza. Quella stessa crisi che poi sorprende tutti quando esplode nelle urne. Un lavoratore privo di strumenti può essere trascinato dentro un sistema che non comprende. Chi quel sistema lo conosce, lo governa e continua consapevolmente a riprodurlo non può invocare la stessa attenuante.

L’unica cosa che spero è che il nuovo segretario confederale della CGIL Area Vasta Centro sappia bonificare la Confederazione dalle ingiustizie che hanno segnato gli anni della gestione Scalese, rafforzarla e riportarla nei territori. Che trasformi il sindacato da spazio burocratico per la sistemazione degli amichetti in un vero sindacato di prossimità, nel quale siano valorizzati il merito, la passione e la militanza e vengano cancellati raccomandazioni, amichettismo e devozione ipocrita. Se non lo farà, vorrà dire che sarà soltanto un altro riflesso di Scalese.


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