Ho finito di leggere La ragazina di Valeria Parrella. Avevo sentito parlare l’autrice e mi aveva incuriosito. Giovanna con la spada, lo stendardo bianco e i gigli sopra. Una ragazzina che, giovanissima, si mette alla testa di uomini armati, indossa i pantaloni e porta i capelli corti. Roba quasi inconcepibile per una donna del Quattrocento. Il padre la vuole maritare, lei riesce con astuzia a sottrarsi a quel destino. Una ragazzina guerriera destinata, secoli dopo, a diventare santa.
E persino la guerra, per lei, sembra essere qualcosa di diverso. Combatte gli inglesi, ma riesce ad avere compassione dell’uomo che porta la divisa del nemico. Nel romanzo c’è un giovane inglese che trema a terra. Giovanna scende da cavallo e, mentre altri lo avrebbero probabilmente finito, si inginocchia accanto a lui, nel sangue impastato con la terra. Gli sostiene la testa, gli sposta i capelli dalla fronte e lo rassicura: andrà in Paradiso, perché Iddio ama gli uomini, ma odia le guerre. È una contraddizione enorme e bellissima: una guerriera che, davanti all’uomo che sta morendo, riesce a dimenticare il nemico.
Arrivato alla fine, però, mi sono accorto che di Giovanna d’Arco mi era rimasta addosso soprattutto un’altra cosa. Non la spada, non la guerra, non i santi che le parlavano. Mi erano rimaste addosso le parole degli altri. Vergine, puttana, santa, pazza. Parole diverse, persino contraddittorie, ma tutte utilizzate per tentare di spiegare, contenere o screditare una ragazza che non voleva diventare piccola quanto il mondo che avevano preparato per lei.
I generali non la sopportavano, mentre il popolo aveva cominciato ad amarla. Gli inglesi, dai loro accampamenti, le urlavano contro ogni genere di offesa, sperando di fiaccarla. Non c’è nemmeno bisogno di riportarle: dopo seicento anni, quando si vuole umiliare una donna, il vocabolario non è diventato molto più intelligente. Quando le gridavano che era una puttana, Giovanna rispondeva che avevano ragione, aggiungendo però che era anche vergine. E la sua verginità non era neppure rimasta una faccenda privata: era stata costretta a sottoporsi a un esame per dimostrarla a chi, prima di credere alle sue parole, pretendeva prove persino sul suo corpo.
Io sono Giovanni. Quasi lo stesso nome, ma al maschile. E non sono Giovanna d’Arco. Sarebbe ridicolo soltanto pensarlo. Non ho liberato Orléans, non conduco eserciti, non possiedo una spada e, soprattutto, San Michele con me non parla. A dire il vero, nemmeno Dio sembra particolarmente loquace in questi ultimi anni. Eppure, leggendo quelle pagine, qualcosa mi ha costretto a fermarmi. Perché anch’io sono cresciuto in un piccolo paese e conosco quella particolare forma di tribunale che non ha bisogno di giudici né di sentenze: gli bastano una piazza, un bar, qualche voce fatta circolare bene e una verità deformata abbastanza da diventare credibile.
Io, a differenza sua, non devo restituire una corona né liberare un territorio dall’assedio degli stranieri. Il mio sogno è smisuratamente più piccolo, ma per me non meno ostinato: vedere risorgere il mio paese dopo un altro genere di assedio. Quello di una politica e di personaggi che, anno dopo anno, lo hanno stretto dentro l’immobilismo, fino a ridurlo a un piccolo paese che lentamente muore. Gli inglesi almeno arrivavano da lontano. I nostri assedianti, molto più comodamente, abitano spesso a pochi metri da noi.
Giovanna sentiva delle voci. Io sento soltanto un rombo. Non saprei chiamarlo diversamente. Sta da qualche parte tra il petto e la testa e arriva quando incontro un’ingiustizia, quando riconosco l’ipocrisia travestita da rispettabilità, quando il più forte schiaccia il più debole. Non so da dove venga. Non so nemmeno perché sia capitato proprio a me. So soltanto che c’è. A volte vorrei che si spegnesse. Vorrei finalmente non sentire niente, imparare quella meravigliosa arte del farsi i cazzi propri che rende la vita di tanti infinitamente più semplice. E non soltanto a Cenadi: al di qua del Pollino, in tanti ambienti, sembra quasi una filosofia di vita. Vedi, senti, capisci e, possibilmente, taci.
Ho persino chiesto a Dio di farlo smettere. Ma Dio, evidentemente, continua a non rispondermi e lascia quel rombo suonare dentro di me come una banda di zingari ubriachi: stonata, furiosa, impossibile da mettere a tacere. E allora qualche volta cambio domanda. Non gli chiedo più di farlo smettere. Gli chiedo perché mi abbia fatto nascere proprio qui, in un luogo che amo e che, qualche volta, riesco persino a odiare. Gli chiedo a cosa siano serviti certi tradimenti; perché proprio le persone dalle quali aspettavo una mano abbiano saputo trasformarla in una lama. Gli chiedo perché tanti riescano a vedermi soltanto attraverso ciò che hanno bisogno che io sia, riversandomi addosso paure, convenienze e, qualche volta, le loro stesse miserie. Gli chiedo persino a cosa sia servito amare così tanto, se poi proprio l’amore, quando si guasta, sa diventare una pestilenza capace di lasciare segni sulla carne molto tempo dopo che la febbre è passata.
Naturalmente Dio non risponde nemmeno a queste domande. Forse perché non ne ha voglia. Forse perché certe risposte dobbiamo cercarcele da soli. Oppure perché, alla fine, la risposta è proprio quel rombo che continuo inutilmente a chiedergli di spegnere.
Io sono Giovanni e non sarò mai Giovanna. Non ho santi che mi parlano, eserciti che mi seguono o territori da riconquistare. Non ho padrini né madrine, politici, sindaci o onorevoli che possano raccomandarmi. E anche questa, al di qua del Pollino, è merce preziosa quasi quanto il pane: se non ce l’hai, rischi di rimanere affamato; se poi sei anche scomodo al potere di turno, rischi persino che qualcuno si preoccupi di toglierti la sedia prima ancora che tu possa sederti. Ho soltanto le parole, qualche ferita e un piccolo paese che amo abbastanza da continuare ostinatamente a litigarci.
Forse la distanza tra me e Giovanna d’Arco è tutta qui. Lei sentiva San Michele e impugnava una spada. Io sento una banda di zingari ubriachi e impugno una penna. Anzi, ormai una tastiera. Nel gergo comune dovrei essere uno di quei famigerati leoni da tastiera. Ma non mi ci riconosco. Preferisco definirmi un orso da tastiera: meno esotico, più montanaro e, soprattutto, molto più difficile da addomesticare.
Giovanna non riuscirono a farla stare zitta neppure mettendola davanti a un tribunale. Io, per il momento, ho soltanto un piccolo paese davanti. E il rombo continua.

