Mi dispiace per quanto accaduto alla compagna Rossella Napolano, che, per quel poco che ho avuto modo di conoscerla, ho sempre apprezzato per le sue posizioni e per la sua storia sindacale. Non è la prima volta che, all’interno della segreteria della quale faceva parte, subisce offese assurde e inammissibili, successivamente ricomposte e normalizzate con un abbraccio proprio con chi aveva pronunciato parole che non avrebbe mai dovuto permettersi di dire. Ma un abbraccio può chiudere una fotografia, non cancellare ciò che è accaduto. Rispetto alla sua denuncia, però, la mia riflessione va oltre: non credo che quanto sta accadendo nella CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo possa essere spiegato soltanto attraverso la cultura patriarcale. A mio giudizio, il problema è persino più grave: con l’elezione di Enzo Scalese a segretario generale si è progressivamente affermata una sottocultura della discriminazione, accompagnata da un preoccupante abbassamento etico, politico e culturale. Una degenerazione di quei principi che, dentro un sindacato — e soprattutto dentro la CGIL — non dovrebbero mai essere messi in discussione.
La discriminazione di genere esiste e non va minimizzata, ma ciò che emerge sembra essere un sistema più ampio, nel quale vengono isolati tutti coloro che non sono considerati utili, controllabili o funzionali alle cordate interne. Un sistema che coinvolge uomini e donne e nel quale persino alcune donne, pur di conservare incarichi, collocazioni o rendite di posizione, finiscono per adeguarsi, diventando parte dello stesso meccanismo che le subordina. Quando gli incarichi diventano merce di scambio, il dissenso viene punito e le persone vengono valutate soltanto in base alla loro utilità, non siamo più davanti a una semplice disputa interna, ma alla negazione della funzione stessa del sindacato. E quando una sindacalista è costretta a dimettersi per continuare a difendere i valori nei quali crede, il problema non è soltanto di chi se ne va: è soprattutto di chi resta e continua a chiamare “normalità” ciò che normale non dovrebbe essere mai.
La deriva inaugurata dalla gestione Scalese non ha interessato soltanto la Confederazione, ma si è progressivamente estesa anche alle categorie. Io stesso sono il prodotto di questa degenerazione: un sistema che utilizza le persone finché servono, poi le scarta, le umilia nella loro dignità di sindacalisti e, infine, le condanna all’oblio. Per la mia esperienza personale, la CGIL Area Vasta Catanzaro-Crotone-Vibo ha smarrito alcuni dei principi etici che dovrebbero rappresentare la ragione stessa della sua esistenza e, in determinati frangenti, persino ogni elementare riferimento morale. Se una donna denuncia di essere stata discriminata in quanto donna e un lavoratore che ha dedicato anni della propria vita all’organizzazione viene ingiustamente licenziato, mentre nessuno trova il coraggio di opporsi, allora non siamo più davanti a due vicende isolate, ma a un intero sistema: chi denuncia viene lasciato solo, chi dissente viene emarginato e chi si ribella viene trasformato nel problema da eliminare, mentre chi assiste in silenzio continua a conservare incarichi, posizioni e convenienze. A quel punto non siamo più davanti a un sindacato che difende i lavoratori, ma a un apparato che pretende dagli altri il coraggio e la giustizia che non riesce più a praticare al proprio interno.
Di fronte a tutto questo, l’aspetto forse più scandaloso è l’assenza di qualsiasi intervento dei vertici regionali e nazionali della CGIL. Per il segretario generale Maurizio Landini, vicende simili, nonostante vengano denunciate anche in altri territori, sembrano non rientrare mai nelle proprie competenze: salvaguardare gli equilibri politici e gli assetti interni appare più importante che difendere le persone. Meglio il silenzio, che copre le responsabilità, piuttosto che una presa di posizione capace di disturbare le cordate di potere; meglio lasciare che nei territori si consumino discriminazioni e umiliazioni, trasformando la paura in uno strumento di governo dell’organizzazione. Il messaggio è fin troppo chiaro: chi si adegua conserva il proprio posto; chi dissente, denuncia o si oppone al sistema deve sapere che potrebbe subire lo stesso trattamento. Dentro un sistema simile non si può escludere l’esistenza di un ulteriore intreccio di interessi, convenienze e silenzi, né che, come troppo spesso accade in Calabria, alla fine tutto venga insabbiato, normalizzato e consegnato all’oblio affinché nulla cambi davvero. Oppure, secondo la più antica delle logiche gattopardesche, si cambierà tutto — uomini, incarichi e parole — per lasciare ogni cosa esattamente com’è.
